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primo piano Soluzioni globali e paure locali di Franco Tambone |
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Nel Paese dove tutti protestano contro tutti, spesso senza essere chiaro contro cosa o contro chi, l’unica certezza rischia di essere la confusione. In questa confusione sbiadiscono torti e ragioni, responsabilità e meriti, tutti sembrano avere ragione. Così capita che le legittime proteste dei cittadini trovano pronte forze politiche che si limitano a cavalcare il dissenso.
Nel Paese dove tutti protestano tutto si confonde, e magari ad unirsi alla protesta è una forza politica (La Destra-As) che fino qualche mese fa sedeva nel governo Berlusconi, con un posticino da sottosegretario al Lavoro. Con quali risultati concreti per la Sicilia lo stiamo vedendo in questi giorni di proteste. Si passa dal governo all’opposizione con la frase magica “perché noi siamo tra la gente”, mentre in realtà è il maldestro tentativo di rifarsi una verginità politica dopo la sciagurata esperienza nel governo Berlusconi, nella speranza che qualcuno la dimentichi. Peccato che ciò che si dimentica è che un partito dovrebbe avere la capacità di indicare e guidare il cambiamento determinandolo, piuttosto che farsi trascinare dal vento della protesta. Proporre più che protestare, e se poi questo partito ha condiviso la responsabilità politica nel governo nazionale avrebbe dovuto in quella sede proporre soluzioni politiche al malessere sociale dei cittadini.
Nel Paese dove tutti protestano la fiducia degli italiani nel governo Monti è del 52% e quella personale del premier del 55% (Istituto Piepoli), mentre quella degli altri leader europei oscilla tra il 30 e il 45% e quella di Obama è al 47%. Percentuali mai raggiunte dal governo uscente, che aveva visto crollare la fiducia negli ultimi mesi quando non era necessario alcun sondaggio, tanto è stato evidente dal risultato delle ultime elezioni amministrative. Le ragioni stanno forse nel fatto, per utilizzare una metafora in voga in questi giorni, che i cittadini vedono in Monti quel capitano che non abbandona la nave che sta per affondare, mentre qualche altro capitano la conduceva allegramente contro gli scogli, con il sostegno del partito che oggi si improvvisa protestatario. Da questo punto di vista c’è un episodio illuminante per capire in quali condizioni aveva ridotto il paese la maggioranza di centrodestra. Un episodio accaduto in Commissione Finanza e Bilancio alla Camera, in occasione della discussione sull’ultima manovra. Per criticare le scelte fatte con la manovra qualche parlamentare si spinse a dire che per quel tipo di manovra non c’era bisogno di un governo tecnico. La risposta di Monti non fu da né tecnico, né politico ma da persona di buon senso: “Ma perché questo lavoro non l’avete fatto voi? Ci avete chiamato voi, perché la verità è che eravate paralizzati”. E ancora: ”Spero torni presto il tempo in cui non avrete più bisogno dei professori o dei tecnici perché spero che presto voi eletti sappiate guardare alle cose che servono al futuro del Paese, per avere un sistema politico che abbia ripreso la fiducia del Paese e sappia guardare lontano”. La possibilità di replica a queste verità è prossima allo zero. Ed in effetti la parola chiave è paralisi e vediamo il perché.
Nel Paese dove tutti protestano e si vorrebbe che nulla cambiasse dovrebbe circolare qualche dato in più, per capire cosa sta accadendo nel mondo. Così si scoprirebbe che le stime della Banca Mondiale indicano per il 2012 un PIL planetario del 2,5%, europeo dello 0,3% e l’Italia in recessione con un -2,2%. In questo contesto di un'Europa in crisi, i paesi BRIC (Brasile, Russia, India e Cina) hanno cambiato la mappa della politica internazionale. Per avere chiara l’idea di ciò di cui stiamo parlando dobbiamo considerare che sul piano economico il Prodotto interno lordo dei BRIC è ormai al 17% di quello globale. La Cina potrebbe sorpassare gli Stati Uniti nel 2027, mentre il Pil del Brasile ha già superato quello dell'Italia, e nei prossimi anni punterà al sorpasso anche della Francia con il suo ritmo di crescita inferiore solo a quello della Cina. Infine secondo Andrea Goldstein (Senior Economist presso l’OCSE e responsabile per le relazioni con le economie emergenti per le questioni d’investimento) i 4 paesi del gruppo BRIC, che nel 2000 controllavano 1/6 dell’economia mondiale, ora ne possiedono 1/4. Più di 1/3 dei titoli di stato americani e circa il 40% delle riserve internazionali sono ora detenuti da questi paesi e dalle loro banche, ed in questi paesi vive il 40% della popolazione mondiale. La crisi dell’economia globale ha rappresentato per questi paesi una opportunità per trasformarli da paesi in via di sviluppo ad economie emergenti. In altri termini, il centro di gravità dell’economia mondiale si è spostato riducendo il ruolo europeo. La conferma si è avuta il 5 gennaio scorso quando Obama ha trattato il più importante aggiornamento strategico della politica estera americana dal crollo dell’Unione Sovietica affermando che “gli interessi economici e di sicurezza degli USA sono inestricabilmente connessi con gli sviluppi dell’arco che si estende dal Pacifico occidentale e nell’Asia dell’est fino all’Oceano Indiano e l’Asia meridionale”. In pratica vuol dire dare impulso all’ampliamento della Trans Pacific Partnership formata da 21 Paesi dell'Asia-Pacific Economic Cooperation (Apec), che a novembre hanno detto si alla creazione della più grande zona di libero scambio di tutto il mondo, con 800 milioni di consumatori e dove gravita il 40% dell’economia globale.
L’impressione è che di fronte a questo repentino cambiamento l’Europa, e l’Italia ancor di più, è rimasta paralizzata subendo il processo di globalizzazione più che coglierne le opportunità.
Di fronte a questo tsunami economico pensiamo veramente che impugnando i nostri “forconi” riusciremo a cambiare le sorti della nostra economia? Ne dubito. Problemi globali richiedono soluzioni globali, mentre quelle pensate a livello locale rischiano di non avere alcuna efficace reale, dove locali appaiono le risposte pensate a livello di ogni singolo stato europeo rispetto ai colossi economici che si stanno formando, e più si scende di livello minore è l’efficacia fino a scomparire del tutto. È l’Europa che deve trovare le risorse economiche, politiche e morali per evitare un declino che altrimenti sarà inevitabile. Di fronte ad una destra che si limita a cavalcare malcontento e paure, ma incapace di offrire risposte alle domande sociali, è necessaria una risposta che indichi soluzioni convincenti per una domanda di sicurezza individuale, in una visione chiara dei problemi e delle tendenze che si vanno affermando nel mondo. |
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22/01/2012 |