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Non è l’autoveicolo lussuoso che deve incantarci, ma l’intelligenza e la cultura di Santi Meli

27/11/2011

Ci siamo trovati di fronte all’interrogativo: è l’autoveicolo di grande cilindrata che incanta oppure, no? La domanda, a nostro avviso, ci è sembrata poco illuminante da parte di chi ha espresso l’interrogativo, per una semplice ragione: ma perché non si comprende appieno che l’autoveicolo di grossa cilindrata è uno degli strumenti della vita dell’uomo?

          Poiché non ci siamo trovati incantati, ma neanche non preparati sia alla domanda, sia alla risposta da dare in ordine alla stessa; possiamo solamente individuare qualche perplessità, anzi qualche ingenuità che ogni singola persona possa configurare questo elemento come uno di grande riflessione e di grande apprezzamento. Non v’è dubbio che l’apprezzamento possa indicare due ceti sociali: il più alto ed il più basso. Il più alto ritiene, a nostro avviso, che sia normale possedere e dimostrare apertamente che l’autoveicolo lussuoso possa essere innanzitutto l’appartenenza ad una classe sociale più avvantaggiata dalla vita e dalla capacità di produrre un proprio reddito. Il più basso, sempre a nostro avviso, può avere il significato che nella vita ce l’abbia fatta a conquistare un posizione sociale diversa da quella d’appartenenza iniziale e, di conseguenza, dimostrare ai cosiddetti “altri” che la società, pur divisa in classi o ceti, spesse volte non diventa inalienabile ed immodificabile.

          Non sappiamo se il più alto ceto sociale abbia o meno l’estetica delle cose che contano ed hanno un senso delle stesse cose. Può essere che la convinzione di appartenenza al ceto sociale più alto non sia in nessuna contraddizione con l’intelligenza e la cultura. Soltanto questa convinzione lo porta a dimostrare sempre di più che i ceti sono la natura stessa di ogni società e di conseguenza l’autoveicolo lussuoso ne dimostra la relativa appartenenza e la conseguenza logica della posizione assunta dalla propria famiglia e dallo stutus del soggetto. Il ceto sociale più povero, invece, parte da una diversa soluzione o come si suole dire da una diversa considerazione: l’estetica delle cose che contano sono sempre possibili, senza alcuna condizione d’appartenenza iniziale.

          Non vogliamo qui discutere sulla psicologia delle due parti, vogliamo, invece, far riflettere, come dicevamo in un precedente pezzo, che il cosiddetto “tutto” passa attraverso la relazione tra reddito individuale e condizione della potenzialità di spesa di ogni singolo o nucleo familiare. Se si dovesse verificare un disquilibrio tra i due elementi citati, allora dobbiamo, senza alcun dubbio, far rilevare che non è possibile l’acquisto dell’autoveicolo di grossa cilindrata solo ed esclusivamente per dare l’impressione che ci si trovi di fronte a un reddito possibile e ceto sociale conseguente. La contraddizione che abbiamo rilevato sopra, pur non essendo astrattamente discriminatoria, diventa quantunque un modo di essere diverso dalla “verità” e dalla “sobrietà” sociale, oltre che diffamatoria di un messaggio poco produttivo di avanzamento della propria famiglia e del contributo che s’inserisce nella società o nella comunità d’appartenenza, ciò è sintomo d’intelligenza e di cultura .

          Ci siamo chiesti, spesse volte, che senso avrebbe possedere un autoveicolo lussuoso e poi non possedere nessuna estetica delle cose che contano. Insomma, non si comprende come si possa relazionare il possesso dell’autoveicolo e la carenza di quell’estetica che dicevamo prima. Oltretutto, aggiungiamo che lo scarto tra possesso lussuoso ed estetica non verrebbe mai coperto se non limitatamente con l’istruzione.

          Crede il lettore che il possesso che configuravamo possa escludere la relazione tra ceto sociale, patrimonio o reddito complessivo ed appartenenza con l’estetica delle cose che contano? Noi, pensiamo che la risposta debba essere negativa, ma non escludiamo che qualche segmento possa diventare una realtà minimale di tutto il processo sociale.

          Una piccola cosa che c’intriga è quella dell’elemento contraddittorio che si verifica con l’aspetto d’incantarci, dato che non avrebbe nessuna relazione con l’estetica della cose che contano, almeno nella grande massa del dato statistico. Diciamo che il dato può incantare, non possiamo però essere silenti sul fatto che l’osservatore ha poca dimestichezza con l’analisi di tutti i processi sociali e non solo economici.

          Senza pregiudizio, affermiamo che nella maggior parte dei casi si potrebbe trattare del cosiddetto “pacco napoletano”.

          Sul problema: riflettiamo poco, anzi siamo convinti che diciamo pochissimo. Sono tante le fattispecie che si verificano nella realtà che in taluni casi si prospetta la normale perplessità.

          Vogliamo terminare questa breve riflessione con la citazione di Doyle: “Eliminato l’impossibile, ciò che rimane, per quanto possibile, dev’essere  la verità”. Noi affermiamo: E la gioventù che pensa?

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