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rassegna stampa Contro la crisi, il sapere della Terra di Carlo Petrini - Presidente di Slow Food Internazionale (slowfood.com 12 agosto 2010) |
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22/08/2010 |
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In Italia gli agricoltori stanno vivendo una crisi che per la sua gravità non ha avuto altri precedenti negli ultimi sessant’anni. La cosa sta avvenendo nel più totale silenzio e nel disinteresse di ogni mezzo di comunicazione. I prezzi di tutte le materie prime sono crollati ai minimi storici e gli agricoltori, indipendentemente da che cosa coltivano o allevano, producono in perdita. Sono tante le cause, congiunturali e di sistema, ma ciò che più salta agli occhi è che i contadini hanno perso la loro indipendenza, la loro capacità di fare il prezzo in base alla qualità del loro prodotto. È il modello agro-industriale, monoculturale, al servizio della grande distribuzione organizzata che li mette sotto scacco. Si tratta di un modello che non soltanto è insostenibile dal punto di vista ecologico: per i contadini si sta rivelando pessimo anche dal punto di vista economico.
Del resto non è una sorpresa: in altri Paesi del mondo - dove il modello dell’agro-industria ha avuto un maggiore sviluppo e diffusione - ci siamo ampiamente accorti di come funziona il sistema. In un primo momento gli agricoltori sono convinti a incrementare la produzione con metodi insostenibili, sostituendo varietà e razze autoctone con prodotti graditi all’industria, poi queste economie smettono di funzionare e molte aziende medio-piccole sono costrette a chiudere, venendo così assorbite da chi è più capace a generare economie di scala importanti. È la tipica concentrazione delle aziende avvenuta in tutti i Paesi del Nord del mondo. Le campagne si spopolano, aumentano le macchine e diminuiscono le persone. Alla fine, anche le grandi aziende iniziano fare fatica: praticano monocolture o allevamenti intensivi, dipendono dagli unici soggetti che gli possono ritirare i prodotti (grandi commercianti, grande distribuzione) i quali progressivamente iniziano a dettare i prezzi forti della loro posizione di mercato, scegliendo ovviamente di ribassarli sempre più. Il libero mercato sta portando il cibo nella mani di pochi e sta togliendo l’anima alle nostre campagne. A queste condizioni è palese che nessuno voglia più fare l’agricoltore.
Dobbiamo lavorare per difendere i contadini del mondo, e perché i giovani abbiano voglia e possibilità di tornare in campagna. L’agricoltura è la base di ogni civiltà e abbiamo bisogno degli esempi virtuosi delle comunità di Terra Madre per portare creatività e tradizioni nel sistema, per dargli un futuro. Slow Food deve accogliere sempre più contadini al suo interno, si deve creare un’alleanza strettissima tra i cittadini e i produttori; si deve compiere la nascita di milioni di co-produttori che con le comunità del cibo ridaranno la dignità e la gratificazione che merita chi produce ciò che finisce sulle nostre tavole. E in questo tutte le culture e i gruppi sociali ritenuti marginali – indigeni, giovani, donne, anziani – saranno i protagonisti di un cambiamento epocale. |