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riceviamo Migranti e realtà territoriale di Santi Meli |
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13/07/2010 |
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Noi che abbiamo avuto la disgrazia di essere un Paese emigrante (migrante) e ci siamo sempre chiesti quanti e quali furono i sacrifici immensi e le sofferenze immani, non solo fisiche, ma anche psicologiche e per qualche aspetto anche psichiche, pensiamo che si siano introdotte nel nostro modo di essere e perché no, anche nel nostro carattere una serie di convinzioni che nulla hanno a che vedere con quanto i cosiddetti altri pensarono nei nostri confronti, trattandoci male ed avendo molti dubbi sulle nostre capacità d’offrire riconoscenza, dovere e responsabilità del ruolo che venivamo ad assumere. Non vi sono dubbi che, in generale, ci comportammo bene, ma non abbiamo mai escluso che in qualche occasione non abbiamo seguito quel senso di appartenenza che ci distingueva dagli altri e comunque ci faceva soffrire moltissimo. Oggi, con molta serenità e qualche nostro ricordo, diciamo che nei primi del Novecento il bisogno ci portò oltre i grandi Oceani e negli anni del dopo-guerra ci portò nei vari Paesi europei per cercare un dignitoso lavoro che non veniva trovato nelle nostre realtà territoriali. Se si trattò di un esodo oppure di una delle strade percorribili, sia per i trattati esteri sia per i bisogni di manodopera di zone interne al Paese, ormai è quasi una banalità sostenere il contrario. Un fatto, un popolo, un grande bisogno di lavoro che non veniva offerto nel territorio, furono i segni della scelta difficile, ma necessaria per il bene della famiglia e della stessa gioventù. Dopo molti decenni non possiamo non dire grazie a molte persone che ci accolsero e ci garantirono un lavoro e per qualche fattispecie anche un luogo dove dormire. Insomma l’accoglienza, pur non essendo stata facile, l’abbiamo ormai alle spalle e lo stesso ricordo non scalfisce la nostra appartenenza, la nostra responsabilità, il nostro lavoro svolto, la nostra parte di cuore che abbiamo lasciato e continuiamo ad avere e ove si rappresentasse il caso di affetti che continuano ad essere nelle nostre menti e nei nostri pensieri. Certo, non ci siamo dimenticati, almeno così pensiamo, la valigia di cartone (dei sogni), i bambini e le loro esigenze, i sacrifici, le parole che ci ferivano, e tutto quanto girava attorno al mondo dell’emigrazione (non si affitta ai meridionali- anno 1981- terrone, dormire in tantissimi in una stanza- ascoltare continuamente che lì è il quartiere dei meridionali- lì v’è la manodopera a basso costo, sono sporchi ecc…). Sarebbe ingeneroso non comprendere, sino in fondo, lo stato di necessità, ma non sarebbe nemmeno generoso non avere capito la lezione, le stesse difficoltà e le relatività presenti nella sfera di un consorzio e di una diversità. Non abbiamo la memoria corta, abbiamo, però, un grande limite se quelle nostre difficoltà e le nostre sofferenze non avessero uno spazio occupato dalla nostra memoria e dalla nostra storia. Ogni goccia di sudore era sangue, intriso di amarezza e di speranza, ma tutto faceva presagire che ce l’avremo fatta. Sacrificandoci, inghiottendo amare parole, abbiamo capito che ci trovavamo nel bisogno, nella certezza di uno status che carpiva l’essere di ognuno, senza perdere, però, di vista la speranza ed il miglioramento della nostra condizione di vita. Se tutto questo breve riassunto di tempi passati, ma amari, fosse un elemento di degrado psichico nei confronti di coloro i quali, ai nostri giorni, affrontano il mare, la fame e la malattia, allora viene fuori la dicotomia: ingenerosi e stanchi. Non la pietas, ma la consapevolezza di essere con i contenuti dell’accoglienza (depurata da fattispecie di criminali) e di dimostrare che abbiamo capito la lezione. Se veramente l’abbiamo capita la scelta non ha dicotomia, ma ha specificatamente uno spazio senza se e senza ma. Ogni scusa è senza valore, al di là dell’istruzione e della cultura, riconferma la nostra ignoranza e la nostra indisponibilità a capire gli altri, mentre ci aspettavamo pietas, accoglienza, rispetto e comprensione. Non ci dimentichiamo che ci hanno aiutato nel momento del bisogno e della sofferenza e se lo abbiamo dimenticato non è colpa loro, ma colpa nostra. Noi abbiamo cercato di fare il nostro dovere, questo è il grande augurio, e se in qualche caso non ci siamo riusciti, questo non ci autorizza a parlare quel linguaggio squallido nei confronti dei barconi che sbarcano nelle nostre coste e chiedono aiuto, anche alle nostre Istituzioni ed a tutti coloro i quali di questi fatti hanno subìto anche tutti gli aspetti di violenza. Riconosciamo che è un problema di qualsiasi comunità di emigranti e di qualsiasi comunità d’immigranti. In atto, possiamo solo dire che il veleno da spargere ha una un termine nella realtà della visione del mondo, certamente non quella del nostro passato di discriminati, ma quella prospettata dall’amore e dalla carità, perché le comunità non possono fare a meno dell’integrazione e della multi etnicità. Insomma, dobbiamo capire che non si è fratelli solo nella sofferenza, anzi quest’ultima ci avvicina di più e ci rende liberi con noi stessi. Il plebeo non può credere nel rendere gli altri plebei. Il bisognoso non può godere del bisogno altrui. Il sofferente non può credere nel rendere gli altri sofferenti. Insomma. Se abbiamo di questi segmenti, rivolgiamo pacatamente e serenamente a soggetti ed Istituzioni capaci di farci superare questo stato di insofferenza sociale. Ha ragione Andrea Camilleri quando afferma: Siamo un popolo di smemorati”- “Dimentichiamo facilmente ciò che siamo stati”- “Abbiamo la memoria corta”. Ci domandiamo: Che brutta storia, speriamo che finisca, con questi nostri compaesani inutili ed abbruttiti? |