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crescere con le idee La Sicilia e la crisi: quali vie d’uscita? di Fabio Mazzola StrumentiRes - Rivista online della Fondazione Res |
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04/06/2010 |
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La recente divulgazione del periodico CongiunturaRes offre l’opportunità di riflettere sulla modalità con cui la Sicilia sta affrontando la crisi economica e sui motivi per cui tale crisi si sia manifestata con maggiore o minore severità. Ciò in un momento ancora particolarmente difficile per prevedere possibili vie d’uscita con sufficiente grado di attendibilità e in cui ci si interroga se le possibili inversioni del ciclo siano di carattere permanente o duraturo. Trattandosi di una crisi di dimensioni globali sembra corretto assumere come punto di riferimento almeno il confronto con il sistema Paese e sottolineare gli aspetti più interessanti che scaturiscono dagli scenari di previsione analizzati in questa chiave di lettura. Le stime Res evidenziano efficacemente il rovescio della medaglia della situazione di ritardo di sviluppo in cui versa la Sicilia. Se infatti la Sicilia potrebbe avere avuto minori effetti immediati dalla crisi economica grazie alla sua minore esposizione rispetto alle altre regioni, è anche vero che ciò sembra porre l’economia isolana in condizione di maggiore penalizzazione per quanto concerne il punto di inizio di una eventuale recovery e la durata della stessa. In tal senso le osservazioni che si possono trarre dai dati macro sono in linea con quanto emerge dalle dinamiche delle imprese che registrano una maggiore percezione delle PMI meridionali della persistenza del periodo di crisi (Unioncamere - Tagliacarne, Le piccole e medie imprese nell’economia italiana, Rapporto 2009, Angeli). La crisi economica ha comunque determinato importanti effetti tanto sul piano della domanda quanto su quello dell’offerta. Nessuno dei macroaggregati della domanda sembra mostrare evidenti segnali di particolare dinamismo: gli investimenti fissi lordi, per quanto in lieve ripresa, non manifestano alcun segnale di rimbalzo, i consumi si confermano piuttosto piatti anche per la diffusa crisi di fiducia, la spesa pubblica risulta in netto ritardo anche nell’avvio delle procedure per la attuazione della programmazione per lo sviluppo, le esportazioni estere soffrono di una maggiore specializzazione verso i paesi avanzati e di una modesta esposizione verso i paesi emergenti. In tale contesto risulta sempre più evidente che senza una ripresa complessiva della congiuntura nazionale le previsioni di crescita sono destinate a rimanere modeste. Va da sé che le recentissime vicende dei paesi mediterranei dell’area euro pongono ulteriori fattori di incertezza con riferimento proprio alla tenuta complessiva del quadro macroeconomico europeo che accentuano il carattere di provvisorietà dei fattori di dinamismo emersi tra gli ultimi mesi del 2009 e i primi del 2010. Vi è ormai sufficiente consenso sul fatto che ci vorranno almeno dieci anni per riportare il sistema economico ai livello pre-crisi anche se i dati microeconomici segnalano come alcune imprese possano essere uscite rafforzate dalla crisi grazie anche ad importanti investimenti sulla qualità delle loro produzioni. Inoltre, le difficoltà della domanda non ci impediscono di rilevare alcuni aspetti importanti di ricomposizione della domanda stessa. Appaiono infatti particolarmente colpite dalla crisi le spese relative ai settori comunicazioni, trasporti, turismo e sanità mentre più contenute appaiono le perdite nei settori alimentari, vestiario e cultura-istruzione. In tal senso, dai dati congiunturali sembra emergere che i consumatori mantengono livelli accettabili di consumo per le spese che essi reputano indispensabili (con l’eccezione del più consistente calo della spesa sanitaria). Per altri versi va segnalato come solitamente la riduzione della spesa per trasporti si accompagni ad una più generale caduta dei livelli di attività economica in quanto incide sul volume complessivo delle transazioni e come dunque una redistribuzione a sfavore di questa categoria determini ulteriori elementi di contrazione per il PIL complessivo. Anche sul piano dell’offerta si è determinata una ricomposizione evidente. Le stime Res danno evidenza di una dinamica più accettabile per la spesa delle amministrazioni pubbliche che concerne la protezione dell’ambiente, le abitazioni e l’assetto territoriale, settori il cui effetto moltiplicativo sul PIL complessivo risulta peraltro comparativamente più contenuto rispetto ad altri. Il vero lascito della crisi economica sembra comunque riguardare innanzitutto il versante occupazionale, soprattutto nei settori come l’industria in senso stretto e il commercio. Anche in tale ambito, i dati macroeconomici confermano i risultati di indagini sul campo come quelli provenienti dalla più recente indagine Almalaurea sulle prospettive occupazionali dei laureati. Opportunamente l’Osservatorio congiunturale Res segnala come siano le donne con precedenti esperienze lavorative ad uscire dalla forza-lavoro a dimostrazione ulteriore di un evidente dualismo nel mercato del lavoro che prevede l’espulsione delle componenti più deboli. Ancora una volta le indagini presso le imprese mostrano in parallelo che, secondo gli imprenditori, la crisi grava e graverà in modo particolare su fenomeni quali il sommerso, i fallimenti e il rapporto banca-impresa modificandoli in misura permanente. Rimane dunque la necessità di agganciarsi ad alcuni segmenti produttivi che possano agire in controtendenza assicurando anche più solide prospettive. In tal senso sembra affermarsi anche nel Sud una migliore performance delle imprese cosiddette della middle-class (di media dimensione, esportatrici e con maggiore capacità relazionale) che spinge verso la necessità di migliorare le strategie di internazionalizzazione su mercati emergenti, ancora troppo distanti dai target della media delle imprese regionali. I dati congiunturali evidenziano anche una migliore performance delle province che più hanno sostenuto l’economia regionale negli ultimi anni (Ragusa e Trapani) ma in settori diversi da quelli che ne hanno caratterizzato la struttura produttiva nel recente passato. Si segnala infatti un maggiore dinamismo relativo di tali province nel settore delle costruzioni e delle ristrutturazioni edilizie piuttosto che nell’agro-alimentare. In tal senso la conferma della dinamica territoriale non si accompagna ad una conferma sul piano delle indicazioni sulla struttura produttiva. Nel complesso, aspetti di breve periodo e strutturali si intrecciano tanto da fare emergere la necessità di introdurre elementi strutturali nell’analisi del ciclo in modo da comprendere appieno le specificità della regione nel seguire, anticipare o ritardare l’andamento della congiuntura economica. Abbiamo anche evidenziato numerosi punti di contatto tra risultanze macro-economiche ed evidenze che scaturiscono dalle indagini micro-economiche. Sotto tale punto di vista, appare importante valorizzare la massa di informazioni sulle mille imprese siciliane più dinamiche emerse dal recente rapporto di ricerca Res (Fondazione Res, Remare controcorrente. Imprese e territori dell’innovazione in Sicilia, a cura di P.F. Asso e C. Trigilia, Donzelli 2010) al fine di monitorare l’andamento dell’economia regionale proprio a partire dall’evoluzione dei suoi segmenti più dinamici. |