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«Voglio una classe dirigente, un'idea...» Lettera aperta di Umberto Contarello* - unita.it del 15 aprile 2010

15/04/2010

Io, che ho sempre votato a sinistra, che ho sempre amato la politica, prima che l’idea stessa della politica sia espulsa dal mio paese, in cambio della mia dolorosa fedeltà, credo di poter esigere qualcosa che ho conosciuto e perduto. Una classe dirigente, in grado di esporre e realizzare un progetto di cambiamento del paese, nel quale si possa vivere in modo più libero e giusto. Voglio una classe dirigente che ambisca a governare, oggi, non domani, solo con la potenza delle idee che vincono altre idee. Voglio una classe dirigente che riscopra il piacere paziente di convincere e conquistare chi è legittimamente conquistato dalle idee dell’avversario. Non voglio quindi una classe dirigente “indignata”, come il suo elettorato al caffé del mattino, perché esigo una classe dirigente autorevole e non lamentosa.

Voglio che la mia classe dirigente prenda la parola impopolare, che distingua, volta per volta, ciò che è giusto da ciò che è ingiusto. Ciò che è tollerabile, da ciò che non lo è. Distinguendo così, l’ingiusto dall’intollerabile. Voglio una classe dirigente che riporti l’influenza della politica entro confini chiari, proporzionati, legittimi. Per questo esigo che la mia classe dirigente liberi, con un gesto unilaterale, gli spazi indebitamente occupati. Voglio che ritiri il proprio esercito dai territori della sanità, della cultura, della formazione, dello spettacolo, dei mestieri e dei saperi, dei centri per gli anziani e dei giardinetti pubblici. Voglio una classe dirigente che affronti i problemi sempre dal lato delle fragilità e delle debolezze, anche dove esse si presentino nascoste da comportamenti e linguaggi sconosciuti e avversi.

Voglio una classe dirigente che smetta di preferire gli insegnanti agli studenti, i sanitari ai malati, gli impiegati pubblici agli utenti. Voglio una classe dirigente che studi, prima di esprimere un giudizio o proporre la soluzione di un problema. Voglio che scovi e valorizzi stabilmente tutti coloro che studiano e analizzano il paese. Voglio una classe dirigente umile e curiosa di fronte al sapere e alla parola scritta. Voglio una classe dirigente che avverta la necessità tragica del pensiero, prima di quello della parola. Voglio una classe dirigente che scelga le parole una ad una. Voglio che risponda, se intervistata, solo alla domanda rivolta. Voglio una classe dirigente che abbia la potenza di ammettere che non è in grado di rispondere.

Voglio una classe dirigente che non annunci mai più, in nessuna sede pubblica, che è in attesa della proposta del governo per esprimere il proprio parere. Esigo idee autonome e formate, che possano essere confrontate con quelle della parte avversa. Non pareri Non accetto più di conoscere il senso profondo della riforma sanitaria proposta dal Presidente degli Stati Uniti d’America e di non capire dalla mia classe dirigente che cosa prova e pensa sulla chiusura dello stabilimento Omsa di Faenza. Voglio che la mia classe dirigente si schieri senza paura in difesa delle libertà dell’informazione, ma esigo che le idee della mia classe dirigente non nascano all’interno delle redazioni, sebbene autorevoli. Perché esigo che le idee siano solamente specchio e misura dell’autonomia intellettuale della mia classe dirigente. Voglio che la mia classe dirigente sia selezionata attraverso un metodo razionale che sostituisca la confusa e inefficiente cooptazione tribale oggi in uso.

L’unico metodo a tutt’oggi in campo, compiuto e razionale, innovativo e non velleitario, accordato con l’ordinamento federale dello Stato, appare quello sommessamente proposto da Romano Prodi. Un partito totalmente federale. Segretari regionali eletti attraverso le primarie che di diritto costituiscono la direzione del partito. Che ne costituiscano classe dirigente nazionale. Che il segretario nazionale sia espressione di questa classe dirigente. Voglio che la mia classe dirigente si assuma la responsabilità piena, e quindi limpidamente giudicabile, di individuare per tempo la rosa ristretta e dunque ponderata, dei candidati alla Presidenza del Consiglio. Voglio che questa rosa da sottoporre alla scelta delle elezioni primarie, sia composta da candidati che siano distinguibili per il loro pensiero, ma che tutti posseggano talenti necessari per assumere l’incarico e portarlo a termine. Esigo, dalla mia classe dirigente, la produzione di qualche idea.

Per esempio. Voglio un’idea lunga, dicibile e ascoltabile, che rimetta al centro il lavoro come è ora, “presente o assente”, non come era o come vorremmo che fosse in un futuro indistinto. Voglio che questa idea del “lavoro presente o assente”, assuma la funzione terapeutica del principio di realtà, per un paese sull’ orlo della patologia bipolare. Voglio un’idea che risolva il conflitto ineludibile tra la necessità della rapida ed efficace decisione politica, e la completa difesa delle garanzie democratiche. Dalla mia classe dirigente voglio un’idea condivisa, autonoma, limpida e stabile sulla forma di governo che si reputa più giusta, non più conveniente. Voglio sapere se possiamo assomigliare a quei paesi che eleggono direttamente, in varie forme, i presidenti della repubblica o i presidenti del consiglio e che non temono alcun pericolo per le loro democrazie. Voglio sapere se la mia classe dirigente ha paura della innovazione istituzionale o se custodisce, dentro, la sicurezza di una classe dirigente. Voglio un’idea appassionata della riforma federale.

Voglio sapere perché e come ci renderà più giusti e solidali, più snelli ed efficaci. Voglio sapere se qualcuno ci guadagnerà e se qualcuno ci perderà. Voglio sapere dove vivranno i fortunati e dove gli sfortunati. Voglio sapere se e in che misura questa riforma intende riportare a livelli accettabili l’evasione e l’elusione fiscale. Voglio sapere tutto questo, ma dalla mia classe dirigente. Voglio un’idea possibile per il futuro dei ragazzi, che stabilisca opportunità iniziali simili, se non uguali, per tutti. Voglio un’idea che riduca i soprusi della precarietà, ma che faccia della mobilità una sfida appassionante e irreversibile, non tollerata, ma amata. Perché, in un paese sano, e non gerontofilo, la mobilità è condizione fisiologica della gioventù.

Voglio un’idea adamantina e fantasiosa sul riordino del sistema televisivo, utile a conseguire un obiettivo finale e non contrattabile. Innalzare la qualità e la diversità di ciò che attraversa gli schermi, perché ciascuno goda del diritto di essere rappresentato. Voglio che questa idea non si guarisca solo il cancro del conflitto di interesse, ma voglio un’idea che si sporga a guardare ben oltre, anche se questo richiedesse strappi violenti alla nostra tradizionale visione dell’azienda pubblica. Voglio una classe dirigente che quando riconosce la qualità delle idee che provengano da altre culture politiche, non le accolga con la voracità dell’eclettismo che tutto ingerisce, ma con l’onestà intellettuale di chi riconosce la paternità acquisita delle idee che accoglie. Per cortesia, voglio una classe dirigente, voglio un’idea.

 

* Umberto Contarello (Padova, 1958) è uno sceneggiatore.

Ha collaborato con Gabriele Salvatores, Gianni Amelio, Giuseppe Piccioni, Carlo Mazzacurati, Fabrizio Bentivoglio, Michele Placido.

Ha lavorato anche in televisione, per la sceneggiatura di La piovra 7 e il soggetto di La piovra 8, di L'ispettore Coliandro e soprattutto di Rino Gaetano - Ma il cielo è sempre più blu. Dal suo romanzo (Una questione di cuore), viene tratto un film di Francesca Archibugi, intitolato Questione di cuore.

Ha recitato in piccole parti in Caro diario (1993) di Nanni Moretti, in un cameo in cui interpreta il traduttore dei medici cinesi - e in Il Divo (2008) di Paolo Sorrentino, in cui interpreta un veemente politico in parlamento.

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