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Mussolini e lo spettacolo dell’identità di Pasquale Chessa - Reset n. 117 (gennaio - febbraio 2010)

26/03/2010

«Chi non è con noi è contro di noi»: tratta di peso dal Vangelo di Luca e già politicizzata dal socialismo dell’Ottocento, una delle frasi celebri che Mussolini amava riciclare fin dagli anni Dieci quando era direttore del giornale socialista «Lotta di classe», spiega molto bene come il disegno della faglia che ha diviso italiani e anti-italiani durante il fascismo si sia sovrapposta con la progressiva costruzione del «culto del duce» nella storia del regime: «Chi non è con me è contro di me».

Il culto della «patria degli italiani» su cui si era fondato il sentimento di identità politica nel tempo del Risorgimento e del governo liberale, dopo la marcia su Roma fu sostituito progressivamente da un’idea esclusiva di Italia «patria dei fascisti». Uno slittamento totalitario che consentirà di escludere dalla italianità non solo gli antifascisti, ma anche gli afascisti, compresi gli indifferenti. E  persino dei fascisti della prima ora, nel 1938: quando si tratterà di discriminare gli ebrei, perché le leggi razziali saranno il segno massimo dell’assimilazione della patria al fascismo, sarà sufficiente stabilire l’equivalenza fra sentimento antinazionale ed ebraismo per fare degli ebrei italiani degli stranieri in Italia. Il regime fascista insomma nel suo processo totalitario, seppure incompiuto, finì per sfigurare la percezione stessa dell’idea di patria fondando nel fascismo la conditio sine qua non del patriottismo. Storia, sangue e geografia non bastarono più, perché nel Ventennio per essere italiani serviva anche la tessera del Pnf.

Questo processo di fascistizzazione si intreccia con l’assunzione immaginaria del culto del duce in quanto sintesi totalitaria dell’italianità. Regista del suo pubblico e attore di se stesso, Mussolini seppe fare dell’italianità il suo spettacolo, interpretando il carattere degli italiani sul canovaccio dell’eterna commedia dell’arte che racconta la nostra storia. Un italiano speciale che trae il suo carisma dal superamento dei vizi nazionali trasformati in virtù personali. Curzio Malaparte, virtuoso del paradosso, vedeva Mussolini «fisicamente e storicamente avverso agli italiani», ma proprio per questo capace di dominarli perché sapeva mettere in scena se stesso a immagine e somiglianza dell’italiano.

Così se l’imperativo categorico di «rifare gli italiani» ha fatto di Mussolini un grande anti-italiano, in sintonia con quel tratto del carattere nazionale per cui «gli italiani sono sempre gli altri», allo stesso tempo fu un grande arci-italiano, perché l’anima piccoloborghese di un’intera nazione identificò nel culto del dux il suo prototipo ideale.

Già nello statuto del 1926 il duce sta al vertice della gerarchia del Pnf come «guida suprema» del fascismo. Anno cruciale: è il momento delle «leggi fascistissime» che consolidano la dittatura e imprimono al regime la prima accelerazione verso la svolta totalitaria. Ed è proprio nel febbraio del 1926 che viene promulgata la prima legge contro gli anti-italiani cioè quegli «italiani rinnegati» che, anche senza commettere nessun reato, danneggiavano il nome e il prestigio dell’Italia. Contro tutti quegli italiani che dall’estero concorrevano a turbare l’ordine pubblico del regno, la legge prevedeva la perdita della cittadinanza. Si negava il diritto di essere italiani a quegli esuli che il guardasigilli Alfredo Rocco aveva identificato come «gente perduta, detriti e naufraghi della borghesia italiana; pseudo intellettuali e avventurieri di ogni risma».

Nel giro di pochi mesi, cioè alla fine del 1926, il 9 novembre e il 6 dicembre, la campagna contro gli anti-italiani viene completata dallo stesso guardasigilli Alfredo Rocco nel nome di Mussolini con la legge per la «difesa dello Stato» che punisce con la condanna a morte chi attenta alla vita del Re, della Regina, del Principe ereditario e anche per il Capo del governo, fatto del tutto inconsueto nella legislazione costituzionale regolata dallo Statuto albertino. La figura del capo del governo così vale quanto il re nella massima funzione di rappresentare fisicamente l’intero corpo della nazione.

La sequenza fotografica di Mussolini con il naso incerottato che si presenta sul balcone di Palazzo Chigi, balcone prototipo di quello più celebre di Palazzo Venezia, che poi vola da Ciampino, e dopo si imbarca sulla corazzata Cavour in viaggio per la Libia, ci comunica l’avvenuta trasfigurazione del corpo del duce in simbolo della nazione. Il cerotto reale, che medicava la celebre ferita provocata dal colpo di pistola di Violet Albina Gibson in piazza Campidoglio il 7 aprile, consente al regime di applicare un nuovo cerotto simbolico, con lo stesso paradigma che tanto bene aveva funzionato per uscire dalla crisi seguita all’omicidio politico di Giacomo Matteotti, la porta stretta usata dal regime nel 1924 per far passare la fascistizzazione del paese. Nel 1926 la dittatura impone la sua legittimità istituzionale come reazione alla sequenza di attentati di cui Mussolini sarà bersaglio, seppure incolume, fra mille ambiguità.

Nel giro dei successivi sei anni, il culto di Mussolini collocato al centro del sistema istituzionale, configura quel cesarismo totalitario che nel 1932 avrebbe trovato la sua consacrazione nella mostra della rivoluzione fascista fortemente voluta e superbamente immaginata per consacrare il decennale della marcia su Roma. Che viene santificata da una benevola amnistia, segno tangibile del radicamento del regime nella nazione, misura aggressiva del consenso piuttosto che segno di pacificazione verso il dissenso.

Il tratto cesareo del fisico di Mussolini, grande artista della posa, si impone come interpretazione figurale dell’italianità. Si stabilisce un processo di mitizzazione totalitaria, funzionale alla costruzione di una religione del fascismo, quel culto del littorio che imponendo l’ortodossia politica discerne fra credenti e miscredenti.

Un processo che raggiunge il suo culmine con le leggi razziali del 1938, quando tocca agli ebrei, antifascisti naturali, rappresentare il ruolo del nemico assoluto così funzionale al progetto totalitario del fascismo. Se nel 1927, nel citatissimo discorso dell’Assunzione, Mussolini aveva teorizzato la superflua inanità dell’opposizione in un «regime totalitario», perché non «necessaria al funzionamento di un sano regime politico», nel 1938 individua nell’ebraismo l’unica sopravvivenza di resistenza al fascismo: «Il residuo antifascismo è di marca ebraica».

Come ha spiegato Renzo De Felice in Rosso e Nero, sarà la guerra a far crollare la costruzione della «patria fascista» vanificando la «mitologia della nazione» inventata da Mussolini. Dopo la frattura fra fascismo e paese, fra regime e  patria, il 25 luglio del 1943 l’idea di appartenenza va irrimediabilmente in frantumi. Con l’armistizio, l’8 di settembre, l’identità italiana si divide in due fedeltà politiche mentre l’Italia spaccata in due anche dalla geografia della guerra civile, fra Rsi al Nord e Regno del Sud, perde la sua unità di nazione. La «morte della patria» scaturisce proprio dal paradosso fascista che attribuisce alla Rsi il riscatto dell’onore nazionale perduto. Perduto con la guerra perduta. La guerra della «patria fascista», appunto.

Paradosso italiano: per restituire all’Italia l’unità perduta l’antifascismo dovrà farsi politicamente anti-italiano fondando una nuova sovranità reale su due fonti di potere ontologicamente esterne al paese: il Vaticano da dove veniva De Gasperi e l’Unione sovietica da dove veniva Togliatti. Ma sarà proprio un compromesso storico originario fra cattolici della Dc e comunisti del Pci a restituire all’Italia un’identità di patria ricostruita sulle fondamenta di una nuova Carta costituzionale.

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