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crescere con le idee Massimalismo senza popolo. A proposito di Giacinto Menotti Serrati di Federico Fornaro - italianieuropei 5/2002 |
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02/02/2010 |
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Dopo essere stato sostanzialmente cancellato dall’alfabeto della politica per lunghi decenni, il termine «massimalismo» è ritornato prepotentemente alla ribalta delle cronache. Il richiamo all’esperienza storica del massimalismo, però, è spesso compiuto senza aver ben chiari i contenuti e i confini temporali di quella stagione del socialismo italiano, con il risultato di produrre un «insalata storica» a cui molti attingono per formulare affrettati giudizi sul presente.
Contrariamente ad una vulgata che tende a retrodatarne la nascita, come corrente organizzata del Partito socialista italiano, il massimalismo si presentò ufficialmente e conquistò la maggioranza del partito nel congresso semi-clandestino di Roma (settembre 1918), riconfermando la sua leadership nella prima assise pubblica dopo la fine della prima guerra mondiale che si svolse a Bologna nell’ottobre del 1919. L’obiettivo dichiarato del massimalismo, in aperta contrapposizione con la concezione gradualista del riformismo turatiano, minoritaria nel partito dopo il congresso di Reggio Emilia del 1912, ma predominante nel sindacato e nel movimento cooperativo, era quello che il PSI dovesse lottare per il programma «massimo», ovvero, la conquista del potere e l’instaurazione della dittatura del proletariato, negando apertamente qualsivoglia valore alle conquiste intermedie ottenute attraverso l’azione parlamentare e la contrattazione sindacale. Con un programma che indicava chiaramente che l’approdo della lotta non poteva che essere «la conquista violenta del potere da parte dei lavoratori» e sotto l’influenza messianica della rivoluzione russa del 1917 il Partito socialista, guidato dai massimalisti, ottenne nelle elezioni politiche del novembre del 1919 un’affermazione senza precedenti, diventando il primo partito italiano, con oltre il 32% dei voti e triplicando la sua rappresentanza in parlamento (156 deputati). Nel nord i dati furono ancora più eclatanti: Emilia Romagna (60%), Piemonte (50%), Lombardia (46%), Toscana (44%), Liguria (43%). Il biennio 1919-1920, meglio noto come il «biennio rosso», fu certamente il momento più alto dell’influenza del massimalismo nella sinistra italiana, ma anche l’inizio della sua fine. La dirigenza massimalista, con a capo Giacinto Menotti Serrati,2 rimase quasi sorpresa dalle dimensioni del successo elettorale. La contraddizione evidente del massimalismo tra fraseologia rivoluzionaria e reale capacità di organizzare e preparare l’atto rivoluzionario scoppiò in tutta la sua evidenza durante l’occupazione delle fabbriche nell’autunno del 1920 e fu una delle cause scatenanti della scissione comunista che si materializzerà alcuni mesi dopo a Livorno (gennaio 1921).
I massimalisti si trovarono, infatti, ben presto attaccati sia dai riformisti e dalla maggioranza gradualista della CGdL per il loro sostanziale «nullismo», che dalla frazione comunista, con l’accusa di non fare seguire alle parole e i fatti ed avere dunque un atteggiamento «pseudo-rivoluzionario». L’uso spregiudicato e spesso assolutamente inconcludente della fraseologia rivoluzionaria finì non solo per accentuare le divisioni a sinistra – dal gennaio 1921 all’ottobre 1922 il socialismo italiano si dividerà in tre spezzoni, tutti minoritari (PSI, PCd’I e PSU) – ma alimentò anche un sentimento di paura della rivoluzione proletaria abilmente sfruttato da Mussolini, che rapidamente finì per presentare il fascismo come l’unica risposta praticabile contro il caos generato dalle proteste operaie e dal «pericolo rosso» in generale. La maggioranza massimalista, nonostante le sconfitte delle lotte operaie e l’avanzata del fascismo, fu altresì determinata nell’impedire ai riformisti, in maggioranza nel gruppo parlamentare socialista alla Camera, qualsiasi compromesso con popolari e liberali per cercare di ostacolare la conquista del potere di Mussolini arrivando una ventina di giorni prima della marcia su Roma ad espellere Turati e i suoi, obbedendo ad una delle ventuno condizioni poste per l’adesione all’Internazionale comunista. Neppure l’obiettivo dell’adesione all’Internazionale comunista e la successiva fusione con il PCd’I, esplicitamente richiesta da Mosca, venne però raggiunto per l’azione di difesa dell’autonomia socialista messa in atto dal gruppo di Nenni,Vella e Romita, anch’essi peraltro all’epoca massimalisti, risultata vincitrice nel congresso straordinario del PSI nell’aprile 1923.
Una sconfitta della prospettiva unitaria, che provocherà di lì a pochi mesi l’uscita dal Partito socialista di Serrati e Maffi in direzione comunista. Gli ultimi epigoni della dirigenza massimalista (Oro Nobili, Vernocchi, Momigliano) – nelle elezioni del 1924 il PSI si ridusse a poco più del 5% – si opporranno tra il 1925 e il 1926 ai tentativi di riunificazione con i riformisti del PSU messi coraggiosamente in atto da Nenni. L’unità socialista tra massimalisti e riformisti si realizzerà in esilio, senza non poche difficoltà e diffidenze, solamente nel luglio 1930, a Parigi.3 La riflessione critica sulle responsabilità del massimalismo nell’alimentare le divisioni a sinistra e nell’aver oggettivamente facilitato l’avvento del fascismo, già avviate nel ‘26 su «Quarto Stato», e proseguite durante il lungo periodo dell’esilio da Saragat per i riformisti e dallo stesso Nenni per i massimalisti, fecero sì che nessuna delle correnti socialiste che parteciparono alla ricostruzione del Partito socialista nell’agosto del 1943 vi si richiamasse anche solo implicitamente. Un’esperienza morta e sepolta quella del massimalismo che, a differenza dell’antagonista di sempre, il riformismo, è inutilizzabile per cercare di governare una società moderna e complessa come quella in cui viviamo, ma su cui può essere utile tornare in chiave di riflessione storico-politica per trarne alcuni utili insegnamenti per il dibattito in atto nella sinistra italiana di oggi. La stagione d’oro del massimalismo (1919-1922) è in primo luogo contrassegnata dalle divisioni del movimento operaio e socialista: il nemico da combattere è ricercato all’interno e non già all’esterno della sinistra stessa. Il documento che pubblichiamo di seguito è esemplare al riguardo. Esso venne stilato dalla direzione del PSI all’indomani della conclusione del XIX congresso nazionale di Milano (1-4 ottobre 1922) che sancì l’espulsione dal partito della corrente riformista di Turati, Treves e Matteotti. La dirigenza massimalista, sotto la guida di Serrati, ribadisce nel suo «Manifesto al proletariato» il convincimento che il Partito socialista aveva compiuto un atto doloroso, ma giusto: liberarsi dal freno rappresentato dai riformisti, completando «l’opera di eliminazione» iniziata dieci anni prima al congresso di Reggio Emilia con l’espulsione di Bissolati e Bonomi.
Il bersaglio preferito nella pubblicistica massimalista non è il fascismo – mai citato ad esempio nel Manifesto della direzione socialista che precede di circa tre settimane la marcia su Roma – che nella loro visione, in fondo, compie il suo naturale mestiere di difensore della borghesia e del capitale, ma sono i dirigenti politici e sindacali riformisti. L’accusa che viene loro rivolta è quella «classica» – il tradimento del proletariato – perché essi ricercano non già l’obiettivo «massimo», ma perseguono, spesso con successo, un programma «minimo» di conquiste quotidiane che possa contribuire a migliorare le condizioni di vita della grande massa dei lavoratori. L’estremismo verbale, il rivoluzionarismo dei comizi finisce, inoltre, per non far cogliere alla dirigenza socialista le reali forze in campo dopo la drammatica conclusione della prima guerra mondiale e determina una sostanziale sottovalutazione della strategia degli avversari, impedendo al PSI di arrivare a compromessi «utili» alla difesa della democrazia. È evidente che ai giorni nostri il problema non si pone, come ai tempi dello scontro massimalismo-riformismo, nei termini della «conquista rivoluzionaria del potere»; troppo spesso, però, appare ricorrente la volontà di una certa parte della sinistra di mettere sotto processo il riformismo, accentuandone ad esempio un presunto carattere di moderatismo e di arrendevolezza, e i suoi dirigenti, accusati di essere troppo inclini al compromesso. Allo stesso modo il male oscuro dello scissionismo, vera grande malattia storica del socialismo italiano, la ricerca di selezionare i «puri» dagli «impuri» rispetto al tema della rivoluzione (ieri) ed all’intensità della lotta intransigente alla destra berlusconiana (oggi), corre nel territorio della sinistra come un fiume carsico, pronto a riemergere per distruggere tutto e tutti, a solo vantaggio della destra. Il risultato finale di una strategia politica che alimentasse le divisioni a discapito della ricerca dell’unità, sarebbe quello di ricacciare la sinistra italiana in una posizione di opposizione permanente, tanto comoda e nobile quanto sterilmente improduttiva di risultati concreti, esattamente quello che fu per molti versi il massimalismo negli anni Venti del secolo scorso. Intransigenza sui principi etici e pratica del riformismo, infine, non sono elementi incompatibili come qualcuno vorrebbe semplicisticamente far credere, ma possono essere gli architravi per la costruzione di una moderna sinistra, capace finalmente di espellere dal proprio corpo e dal proprio linguaggio quotidiano le scorie ideologiche di uno sterile rivoluzionarismo massimalista, produttore di settarismo e principale responsabile di tante sconfitte e scissioni.
Giacinto Menotti Serrati
Manifesto al proletariato
Compagni! Il XIX Congresso nazionale segna una nuova data storica nel nostro movimento. L’espulsione degli elementi che, riaffermando la necessità di collaborazione con la borghesia e apprestando mezzi concreti a tale opera, si mostrarono dimentichi degli irriducibili antagonismi delle due classi in lotta, libera per sempre la nostra compagine politica dal pericolo di possibili deviazioni. Con tale atto solenne il Partito ha dichiarato nuovamente, a dieci anni di distanza, che non può essere cieca illusione dei capi trascinare con sé il socialismo italiano ai piedi del Quirinale.4 La lotta fra il possibilismo, in tutte le sue varie gradazioni, e lo spirito tradizionale rivoluzionario che era nel seno del nostro Partito, non sopita ma acutizzata dallo scatenarsi della reazione borghese e che apprestò a questa molti elementi di successo, si è risoluta col trionfo del programma che rappresenta oramai per il proletariato italiano l’unica arma di successo avvenire. La soluzione è stata una prova di forza che rinsalderà la fiducia dei lavoratori nell’organo politico della loro emancipazione, poiché questo ha dimostrato, che per salvare il patrimonio ideale e lo strumento di lotta del proletariato, non ha esitato ad affrontare l’offesa al sentimento col distacco delle persone e il rischio dell’apparente indebolimento numerico. Ma il sentimento verso le persone è nulla in confronto agli interessi della massa: e i vuoti momentanei saranno largamente e ripetutamente colmati dall’intervento di nuove e fiduciose energie proletarie.
Compagni! I compiti che gravano sui militi d’un Partito d’azione, si raddoppiano per noi in quest’ora. La conseguita omogeneità del nostro organismo non permette più titubanze, né debolezze, né remore. Essa, togliendo dal nostro seno l’alibi per ogni nostra manchevolezza, ci obbliga ad un lavoro duro e preciso di organizzazione. Tale opera di eliminazione, necessaria nelle nostre file, per la epurazione, deve intensificarsi nel campo sindacale, perché l’unità tattica della lotta economica del proletariato sia mantenuta o conquistata ai puri principi marxisti. Ma spiegando la nostra specifica azione di proselitismo e accentuando la nostra intransigenza di fronte al blocco borghese, sia che conservi l’aspetto democratico, sia che assuma quello dittatorio, dobbiamo mettere in efficienza e rinsaldare i vincoli che, sul terreno classista, ci uniscono ai partiti di avanguardia di sinistra, cementando quel fronte unico rivoluzionario che deve dare alle masse l’energia sufficiente per mantenere e moltiplicare le proprie conquiste, mal difese da un atteggiamento di remissione e di attesa. Noi chiamati a dirigere quest’opera, ci accingiamo al lavoro con rinnovata energia, fidenti della vostra alacre cooperazione ed animati dalla certezza di battere l’unica via che affretta l’avvento del socialismo!
Compagni lavoratori! I nostri, i vostri sforzi resterebbero sterili se l’attività per l’emancipazione proletaria, restringendosi nei confini della nazione, fosse avulsa dal movimento internazionale e non procedesse coordinata con quella del proletariato degli altri paesi. Il pericolo d’una deviazione a carattere nazionalista, che cancellerebbe la visione dell’Internazionale proletaria nel mondo intero, si unirebbe al danno dell’isolamento. Epperò il Congresso, sciogliendo le precedenti riserve, ha entusiasticamente rinnovato la sua adesione all’Internazionale di cui condividevamo il programma, all’Internazionale rossa, alla Terza Internazionale. La riconferma di questa adesione è la riprova della volontà del Partito di rimanere se stesso. Altri portino il proprio contributo di voti e di opere ad organismi internazionali che ospitano i fautori della guerra imperialista e i collaboratori delle avide borghesie di occidente. Il vero Partito dei lavoratori italiani rivoluzionari non può esitare a prendere il posto che gli spetta nelle file di quella Internazionale che vanta la più vasta rivoluzione proletaria della storia, in cui si appuntano le speranze ardenti del proletariato martoriato e irredento.
Compagni! Con l’atto di fede e di forza del nostro Congresso, si apre un novello periodo di attività. Il Partito, che ha preceduto sempre per successive eliminazioni, è sempre rinverdito dopo i tagli. Il proletariato, intuendo con la rapida percezione delle nature semplici, la storica necessità degli avvenimenti, si stringerà ancora a noi, come si strinse nel passato. La violenza organizzata della borghesia imperante, e le illusioni, possono per poco allontanarlo dalla sua, dalla nostra via. Ma i tangibili effetti della crisi in cui la guerra ha gettato il nostro come gli altri paesi, gli sforzi della borghesia per falcidiare i salari, la disoccupazione che avanza gigantesca e la minaccia d’un più vasto conflitto mondiale nelle cui maglie, per le fatali promesse, molti sono costretti ad impigliarsi, aprono nuovamente gli occhi al proletariato che nei nostri uomini, nella nostra stampa, nel nostro metodo, trova la sua guida e la sua difesa.
A voi, compagni, spetta di mantenere alta la bandiera come segnale di raccolta. A voi, infine, l’obbligo di questa ora tremenda di disperata reazione, di divulgare e difendere, anche fra gli ignari, la nostra idealità che fu cara speranza del passato, che è lotta ardente del momento, che sarà la vittoria sicura dell’avvenire. Viva il socialismo.
Da «Avanti!», 7 ottobre 1922
Chi è Giacinto Menotti Serrati?
Nato nel 1872, dirigente degli emigrati socialisti in Svizzera e negli Stati Uniti, aderisce prima alla corrente «integralista » di Oddino Morgari (1906) e poi a quella «intransigente» (1911). Nel 1914, dopo la defezione di Mussolini, gli subentra nella direzione dell’«Avanti!». Condannato per i moti torinesi dell’agosto 1917, torna in libertà solamente nel febbraio 1919. Durante il «biennio rosso» è il leader riconosciuto della corrente massimalista. Alla fine del 1922 si schiera apertamente per l’unità tra PSI e PCd’I, ma è messo in minoranza. Insieme alla frazione dei cosiddetti “terzini” si stacca dal Psi e nel 1924 aderisce al PCd’I. Muore nel maggio 1926. |