Un laboratorio di cultura politica per un codice comune fra Riformisti e Radicali

 

Mario Tronti*

 

La proposta di Mario Tronti all'Assemblea triennale del Crs**: "La mia idea - scrive Tronti - è che le due opzioni della sinistra, quella riformista e quella antagonista, pur nella diversità di programma, di comportamenti, di gestione, conservino e coltivino un terreno comune di critica culturale del modello sociale. Questo serve all'antagonismo per liberarsi dell'eterno pericolo dell'estremismo, serve al riformismo per liberarsi dell'eterno pericolo dell'opportunismo".

 

Cerco di entrare subito nel cuore del tema.

Presento qui una proposta e un impianto di motivi concettuali tesi a rimotivare la produzione di una cultura politica, declinata a sinistra.

E lo faccio - per rubare una formula che dal pensiero, e dalla pratica, femminile è passata in un più ampio vocabolario culturale - “a partire da me”.

Non in senso psicologico, o biografico, ma nel senso di una forma di pensiero, che ha dietro di sé una lunga e intensa coltivazione, fatta anche di esperienza vissuta, e che in questa fase vado saggiando negli esiti, che mi piace chiamare penultimi, perché riguardo agli esiti ultimi, non sarei in grado, adesso, di dare assicurazioni.

Lo dico, lo avverto, perché troverete qua e là, nel discorso, qualche asprezza, qualche durezza,  qualche “considerazione inattuale”, o, più semplicemente, anche qualche vistosa assenza, di temi e motivi correnti. Ecco, è di fronte a questi limiti che chiedo la vostra indulgenza.

Ricordo i versi di Brecht: “Voi che siete scampati ai tempi oscuri in cui noi abbiamo vissuto, pensate a noi con indulgenza”.

Negli ultimi anni d’insegnamento, con il secolo che rapidamente declinava, dicevo ai ragazzi, e alle ragazze: badate, vi mancherà qualcosa, il fatto di non aver vissuto il Novecento, partite con una sorta di handicap intellettuale; cercate di rimediare in qualche modo, dovete riempire un vuoto di testa, che deriva dal fatto di non aver potuto praticare

quel corpo a corpo con la grande storia, che forma, che educa, che veramente istruisce.

E’ una condizione molto visibile, salvo qualche rara eccezione, nelle giovani forze intellettuali.

Questa effimera leggerezza di pensieri, che girano nell’aria, senza mai posarsi sulla nuda terra dei problemi veri.

E’ una cosa grave, ma molto più grave per la nostra parte.

Non sono in grado di giudicare se la colpa è proprio delle calviniane “Lezioni americane”,

o non piuttosto di una loro lettura debolista e buonista.

Certo, è una condizione da correggere. Nel Laboratorio che qui si propone, ci si può provare.

Vedo che oggi vanno molto di moda le scuole di politica. Ma se non vogliamo ridurle a Istituti professionali per la formazione di manager amministrativi, dobbiamo sapere che il problema più urgente oggi non è trasmettere cultura politica, ma produrla.

Laboratorio vuol dire proprio luogo di produzione. Magari con modi artigianali, che non disdegnano le tecnologie più avanzate – la mitica Rete – ma per considerarle  puri strumenti. Non si pensa con l’intelligenza artificiale, ma con l’intelligenza naturale.

E poi, Laboratorio di cultura politica, al singolare.

Perché io credo che, certo, ci sono culture politiche diverse, a sinistra. Ma questa è una constatazione empirica. Il problema è trovare, se ci sono, punti di sintesi.

Ecco, io non vorrei una sede solo di confronto.

Oggi si è tutti molto ecumenici: dialoghiamo, confrontiamoci, apriamoci all’altro, questa è una chiacchiera che non porta a nulla. Il punto è come si ricostruiscono postazioni forti di una parte politica, che siano visibili, identificabili, riconoscibili, in modo che si possa aderire ad esse, in forme attive, mobilitandosi “per” e appartenendo “a”.

Il primo sforzo mi pare debba essere quello di ristabilire una distinzione.

Oggi destra e sinistra hanno in comune gli aggettivi.

Destra liberale e sinistra liberale, destra democratica e sinistra democratica, perfino destra sociale e sinistra sociale. Gli aggettivi fanno sempre una gran confusione.

La mia proposta è di tornare ai sostantivi.

Che cosa vuol dire essere destra, che cosa vuol dire essere sinistra.

C’è questa storia dei valori comuni, che dovrebbero vigere in un paese normale.

In una società divisa, i valori comuni sono una finzione. Reali possono, e devono, essere le regole comuni.

Leggi, istituzioni e, alla Montesquieu, costumi che garantiscano il civile conflitto tra valori.

Non dico che oggi non ci sono distinzioni. Dico che ci sono distinzioni deboli e marginali.

E che bisogna tornare a distinzioni forti e centrali.

Nel mentre si impianta un Laboratorio di cultura politica, c’è da avvertire che oggi la distinzione destra/sinistra è quasi tutta a livello di ceto politico e quasi per nulla a livello di strati popolari. .

Qui entra in gioco la definizione di cultura politica. Che è, a sinistra, cultura che si incarna in masse di popolo. Le idee diventano forza materiale quando rappresentano bisogni e aspirazioni diffuse in una parte grande di società.

Questo è un punto che considero fondamentale, e intorno a cui voglio far girare l’intero discorso, a costo di lasciar fuori molte altre cose, che poi spero vengano da altri reintrodotte.

E’ in questo senso che va concepita l’attuale battaglia delle idee.

Dobbiamo ricollocarci sul terreno di una lotta per l’egemonia. Sapendo che, da fine anni Settanta/primi Ottanta, c’è stato un cambio di egemonia a favore del nostro avversario,

che non siamo più riusciti non dico a rovesciare, ma a modificare.

Primo compito è lavorare a una riconquista di egemonia.

C’è – io lo chiamo così - un modello culturale dominante, che ha avuto la capacità di una presa di massa.

Badate, la questione settentrionale sta qui, non sta nel correre dietro ai padroncini del nord-est.

C’è quel luogo, quel momento, quel passaggio, in cui il modello culturale diventa pratica sociale di egemonia. E’ li che dobbiamo tornare sottilmente a lavorare.

L’esercizio di egemonia, in questa tarda e ultima modernità, si è allargato e approfondito.

Si è allargato, perché, con i mezzi di comunicazione di massa, il modello culturale, diventa immediatamente modello sociale.

Si è approfondito, perché mira direttamente all’interno dell’individuo, lo plasma giorno per giorno dal di dentro.

E’ necessario allora rimettere in gioco il modo di pensare: qualcosa di più che l’opinione e qualcosa di meno che una pulsione, opinioni e pulsioni che pure spesso ci troviamo a fronteggiare, e che sempre ci sorprendono, perché non le avevamo conosciute.

Ma qui si tratta piuttosto di una “mentalità”.

Devo dire che mi è capitato di tornare a guardare con interesse a quella “storia delle mentalità”, che è venuta dalla prima scuola delle “Annales”.

Da La mentalité primitive di Lévy –Bruhl ai lavori di Marc Bloch, di Febvre, di Lefebvre.

A questo livello del discorso – politico-culturale – diverso e non alternativo rispetto all’analisi strutturale, mi sembra, essa, più pregnante, della storia economica, o della storia sociale o della storia istituzionale.

Ci chiama, essa, ad assumere in proprio un terreno a cui abbiamo a lungo resistito, una dimensione antropologica del problema politico.

Di che tipo di mentalità si tratta?

Qui c’è un punto di intenso spessore teorico. Capitalismo e società borghese.

Un problema classico, di cui il futile pensiero post-moderno non sa nulla, e per questo parla d’altro.

Secoli di capitalismo hanno depositato una mentalità borghese diffusa, una sorta di capitalismo popolare, nel senso letterale del termine, spirito del capitalismo che si fa massa e che si fa mondo.

Poi questo viene detto con parole nobili: modernizzazione, globalizzazione, individualizzazione, secolarizzazione, ma il processo reale è quello.

Questa vocazione totalizzante è stata frenata da esperienze inassimilabili: ecco di nuovo la forza del Novecento, l’ultimo, disperato, e per questo tragico, tentativo di porre un argine a questo flusso, che aveva dalla sua parte la spinta inarrestabile della storia.

Quella cosa che si chiamava partito comunista, non era certo un partito rivoluzionario, ma per il solo fatto che si chiamasse così, e che su questo organizzasse una sua forza, lo faceva già vedere coma qualcosa d’altro.

Quella cosa che si chiamava Unione sovietica, non era certo il paese del socialismo,

ma per il fatto stesso che esistesse, e che ai suoi confini di potenza si dovesse fermare il mercato mondiale, era simbolicamente un’altra cosa.

Caduti, questo argine, questa diga, le acque hanno tracimato senza più ostacoli, e, miei cari, hanno abbondantemente invaso i nostri campi.

Più gli eventi si allontanano, più essi sono destinati a riemergere nella loro verità storica.

Il socialismo e il comunismo novecenteschi non verranno visti come irruzioni escatologiche, o messianiche, piuttosto come realistici tentativi di resistenza, un nobile intento di trattenere/deviare politicamente la storia.

La mia idea è che non per questo sono stati travolti, ma per non aver svolto fino in fondo questa funzione. Solo durando nel tempo, si poteva, sul lungo periodo, fondare le basi per un’alternativa di civiltà.

Ecco, alternativa di civiltà. Dovremmo, lucidamente, ricollocarci su questo terreno.

Perché mi chiedo se a questo punto sia sufficiente una contestazione sociale.

O se non sia diventata necessaria una critica del modo di pensare e del modo di vivere.

Un tempo dicevamo: american way of life.

Oggi, che Occidente è diventato America – e questa è l’attuale tristezza dell’Europa -

oggi dovremmo dire: western way of life.

Non basta più una critica di società, ci vuole una critica di civiltà.

Ma qui c’è un punto delicato da chiarire. Io non credo che siamo di fronte a una crisi di civiltà. Questa è un’espressione spesso usata da chi contesta  lo stato delle cose. Ma non è precisamente così.

Crisi è concetto forte, segna uno stato di squilibrio, di tensione distruttiva incomponibile, uno stato d’eccezione.

E noi viviamo nella condizione di uno stato normale.

Perfino in Italia, dove le anomalie sono qualcosa di marginale.

Qual è la difficoltà nostra?

E che noi siamo chiamati oggi ad assicurare la presenza della critica in assenza della crisi.

Per cui la critica non è credibile per i più, è nell’impossibilità pratica di diventare

democraticamente maggioritaria.

La crisi la civiltà occidentale l’ha esportata fuori di sé. E l’ha fatto non passeggiando nella storia. L’ha fatto attraverso tre guerre civile europee e mondiali.

Conseguenza è che è rimasto un “disagio di civiltà”, che prende i singoli e non a caso è in questa consistenza che viene diagnosticato e viene curato.

Ma non esplode come insopportabilità collettiva dello stato di cose.

Perché questa sarebbe allora la crisi.

Le cose stanno in un modo che non è un’ideologia, è un fatto che, rispetto agli altri mondi, questo è il migliore dei mondi possibile. Noi ci troviamo a criticare tutto sommato un bel mondo.

E allora?

Dove vanno a collocarsi i punti di contatto tra una sinistra di contestazione e una sinistra di gestione, due risposte, a mio parere, passive rispetto alla situazione descritta?

Abbiamo bisogno di un passaggio di rottura dentro i nostri stessi modi di pensare, con l’abbandono di abitudini mentali, troppo ripetitive per essere produttive.

Tornare ai sostantivi vuol dire che o torniamo a mettere in questione i fondamenti, o non ce la facciamo né come riformisti né come antagonisti.

La mia idea, e la mia proposta, è che queste due opzioni, quella riformista e quella antagonista, pur nella diversità dei comportamenti politico-pratici, di programma, di gestione, di scelte concrete quotidiane, conservino e coltivino un terreno comune

di critica “culturale” del modello sociale.

Metto culturale tra virgolette per indicare il livello a cui va portata la critica, un livello alto e al tempo stesso oggi strategico.

Questo serve all’antagonismo per liberarsi dall’eterno pericolo dell’estremismo, serve al riformismo per liberarsi dall’altrettanto eterno pericolo dell’opportunismo.

Sembrano parole arcaiche, ma se ci pensate bene, siamo sempre lì.

Perché queste così ricche esperienze di movimento non riescono ad essere avanguardia di movimenti di massa, non fanno, come si è detto, massa critica?

E’ perché nel linguaggio, nella lettura della realtà, nella scelta dei mezzi, nell’immaginario simbolico, respingono invece che aggregare.

conoscono l’inimicizia e non conoscono l’amicizia politica, che è altrettanto importante.

Bisogna immettere nei movimenti pensiero, non per portare la coscienza dall’esterno,

ma per provocare autocrescita, maturazione, spontanea consapevolezza del ruolo.

I movimenti, le esperienze di base, devono proporsi l’obiettivo di diventare autorevoli.

E perché le esperienze di governo non riescono ad essere convincenti, mobilitanti,

a creare, non dico entusiasmo e appartenenza  ma almeno curiosità e interesse.

E’ perché non hanno smalto, sono grigie, opache, incerte, senza né rappresentanza né decisione.

Badate, non sto parlando del comunicare, ma dell’essere. Non è che vengono viste così, sono di fatto così: una forma di adattamento alle cose, ai processi, ai vincoli.

Si dice che il riformismo non esclude la radicalità.

Ma dov’è la radicalità riformista?

Credo che debba essere anche qui una radicalità di pensiero, visibilmente autonomo dalla pratica quotidiana, un’intelligenza degli avvenimenti e soprattutto dei comportamenti.

Rientrare nei parametri di Maastricht, è necessario, non che venga visto, ma che sia effettivamente uno dei migliaia di passi da fare, perché la cuoca arrivi a gestite la cosa pubblica, o che arrivi almeno a cucinare un buon pasto per tutti.

Quali sono allora i punti di attacco di una controffensiva culturale?

Ecco, qui si apre la discussione.

Che vuol dire ad esempio assumere la questione antropologica?

Ci sarà pure una ragione per cui è emersa, non da oggi, una dimensione biopolitica del problema politico, ed è esplosa un’idea della differenza, politica, non ontologica, su cui ci interroga, anche qui non da oggi, il pensiero femminile.

C’è un’antropologia borghese, che ha fondato l’idea economica di società e l’idea politica di Stato, che è alla base di quella figura che è l’individuo moderno.

La novità del nostro tempo è l’essere diventato individuo-massa.

E’ un’irruzione novecentesca, ma lì, sia la nazionalizzazione delle masse, sia la socializzazione delle masse, gli avevano dato un segno politico.

La spoliticizzazione di questa figura, che la fine del Novecento ci ha consegnato, è stato un passaggio distruttivo per la nostra parte.

Qui, il successo di una nuova forma di rivoluzione conservatrice.

Il neo-liberismo è politicamente questo. Il cambio di egemonia, dagli anni Ottanta, è questo. E’ questo processo di massificazione e politicizzazione del soggetto individuo moderno.

Non so se si possa usare il concetto gramsciano di rivoluzione passiva.

Certo la guerra di posizione più che la conquista, ha visto da parte nostra nemmeno la presa in proprietà, direi la presa in affitto delle casematte altrui.

E allora, si è assunto il concetto di individuo nel momento in cui l’individuo non c’era più,

era diventato un soggetto-massa, manipolato dall’alto e dal suo interno.

Si è assunta l’idea di cittadino sovrano, nel momento in cui crollava la sovranità della decisione politica.

Si è preso a personalizzare il leader politico, nel momento in cui si spersonalizzava la struttura del potere.

Si è andati a valorizzare la società civile nel momento in cui la società civile arrivava ad essere, marxianamente, bürgerliche Gesellschaft, società civile borghese, come non lo era fin qui mai stata.

Insomma, abbiamo assistito al processo, senza rilevarlo e quindi senza contestarlo per cui l’uomo dell’economia e l’uomo della democrazia, homo oeconomicus e homo democraticus , sono andati a coincidere sulla comune pulsione a privilegiare la dimensione quantitativa dei problemi della vita.

Quanti soldi hai, quanti voti hai. E’ la stessa cosa, la stessa domanda. Quanti?

Vince e comanda chi ha la maggiore quantità di denaro, o la maggiore quantità di consenso.

L’uomo senza qualità è diventato l’uomo della quantità.

La qualità e le forme non contano.

Che cos’è la secolarizzazione? E’ questa sacralità della quantità.

Questa è la vera religione dominante. Qui sta il fondamentalismo dell’Occidente.

Dogmi laicamente trasformati in tabù.

E’ possibile tornare a mettere sotto il lavoro della critica questa condizione umana?

Noi denunciamo spesso le conseguenze di questo nelle ingiustizie presenti.

Ma risaliamo a monte e alziamo il tiro del discorso.

Non aveva ragione Rousseau, nello splendido incipit del “Contratto sociale”: << l’uomo nasce libero, e dovunque è in catene >>.

No, l’uomo, e la donna, in forme differenti, nascono in catene.

Poi, le catene, almeno qui da noi, si sono sempre più indorate.

crescere con le idee

Un terreno di confronto comune per la sinistra riformista e radicale

28/10/2008

home page

primo piano

riceviamo

attività consiliare

crescere con le idee

rassegna stampa

il sito

contatti