crescere con le idee

Che succede se il capitalismo fa flop di Geoff Mulgan - Reset n. 113 (maggio-giugno 2009)

Il sistema bancario americano ha di fronte a sé perdite che superano i 3 miliardi di dollari. Il Giappone è in crisi. La Cina si avvia alla crescita zero. Qualcuno spera ancora che un intervento di chirurgia d’urgenza possa ristabilire lo status quo. Sono in molti, tuttavia, a percepire che ci troviamo di fronte ad uno di quei rari punti di svolta in cui niente è più come prima.

Se un sogno finisce, tuttavia, quali altri sogni attendono nell’ombra? Il capitalismo saprà adattarsi? Oppure dovremmo tornare a porci uno dei grandi interrogativi che per quasi due secoli hanno animato la vita politica: cosa verrà dopo il capitalismo?

Soltanto pochi anni fa questa domanda era stata messa da parte, perché considerata tanto sensata quanto chiedersi cosa ci sarà dopo l’elettricità. I mercati globali avevano attratto nella loro orbita l’India e la Cina e il trionfo del capitalismo sembrava completo, con un islam medievale e le masse cenciose che assediano i summit del G8 a disputarsi il ruolo dei suoi ultimi, infiacchiti rivali. Si diceva che le multinazionali erano a capo di imperi più grandi della maggior parte degli Stati nazionali e, secondo alcuni, avevano conquistato il favore delle masse utilizzando le loro marche.

Tuttavia, la lezione del capitalismo è che nulla dura per sempre: “tutto ciò che è solido si scioglie nell’aria”, scriveva Marx. All’interno del capitalismo agiscono forze che lo indeboliscono e forze che lo sospingono in avanti.

In questo saggio analizzerò in che modo potrà evolvere il capitalismo una volta superata la crisi. Non ne prevedo la rinascita, né il crollo. Suggerisco invece un’analogia con altri sistemi che un tempo sono sembrati altrettanto immutabili. Durante i primi decenni del Diciannovesimo secolo, le monarchie europee parvero aver neutralizzato i loro rivali rivoluzionari, i cui sogni erano stati sepolti nel fango di Waterloo. Monarchi e imperatori dominavano il mondo e si erano rivelati eccezionalmente adattabili. Come accade oggi per i fautori del capitalismo, i loro sostenitori del tempo poterono ragionevolmente sostenere che le monarchie erano radicate nella natura umana. A quel tempo fu la gerarchia ad essere considerata naturale; oggi è l’avidità individuale. Allora,fu la democrazia di massa ad essere messa alla prova e a dimostrare di aver fallito. Oggi ,è il socialismo ad essere visto sotto la stessa luce: un esperimento a fin di bene ma non riuscito, perché in contrasto con la natura umana.

Ciò che avvenne all’esercito offre un’ altra cornice utile a riflettere sul futuro del capitalismo. Solo poche generazioni ci separano da quelle società nelle quali l’esercito si trovava nelle posizioni di vertice e godeva del massimo rispetto. La guerra faceva parte dell’ordine naturale delle cose, era lo strumento naturale per risolvere una contesa. Tuttavia, contro ogni previsione, in gran parte del mondo gli eserciti furono dominati e civilizzati e, da padroni spesso crudeli, trasformati in servitori.

Non sto sostenendo che il capitalismo è destinato a scomparire più di quanto lo fosse la guerra. Economie di mercato complesse e interconnesse continueranno a generare enormi surplus, alimentati dal continuo flusso di nuove conoscenze scientifiche. Tuttavia, allo stesso modo in cui la monarchia si è allontanata dal centro della scena per collocarsi in una posizione più periferica, così il capitalismo non dominerà più la cultura e la società come accade oggi. In breve tempo il capitalismo potrebbe diventare un servitore, anziché un padrone, e la crisi imprimerà un’accelerazione a questa trasformazione.

Le crisi del passato sono state crudeli, ma hanno anche contribuito a promuovere nuove idee che, da marginali che erano, sono entrate a far parte della corrente principale, e ne hanno accelerato il passaggio attraverso le tre fasi descritte da Schopenhauer a proposito di ogni nuova verità che inizialmente viene ridicolizzata, poi violentemente contrastata ed infine accettata come ovvia.

 

Quando il capitalismo divenne un «ismo»

 

Per comprendere ciò che il capitalismo potrebbe diventare, dobbiamo prima capire ciò che esso é. Non si tratta di una cosa semplice. Il capitalismo comporta un’economia di mercato, tuttavia molte economie di mercato tradizionali non sono capitalistiche. Esso comporta degli scambi commerciali, ma anche questi precedono di molto il capitalismo. Esso comprende poi il capitale, ma anche i faraoni egiziani o i dittatori fascisti ne disponevano.

Lo storico francese Fernand Braudel ha offerto quella che é forse la migliore descrizione del capitalismo, immaginato come una serie di strati costruiti al di sopra dell’economia di mercato di tutti i giorni, fatta di cipolle e legna, di idraulici e cuochi. Questi strati, locali, regionali, nazionali e mondiali, sono caratterizzati da un livello sempre maggiore di astrazione, fino ad arrivare al vertice, dove si colloca la finanza incorporea, che ovunque cerca profitti, che non é vincolata a nessun luogo e a nessun settore particolare e che tutto mercifica. Il capitalismo è diventato un “ismo” allorquando la solida attività bancaria di Genova e Venezia, di Londra e Bruges, si unì alla creatività manifatturiera per dare vita a un mondo in cui i detentori di un capitale astratto erano diventati dominanti, soppiantando i numerosi altri candidati alla pole position: guerrieri, studiosi, burocrati e produttori di oggetti.

 

Sulla via che porta agli hedge fund e ai derivati dei nostri giorni, ci sono state anche versioni più radicate del capitalismo. Esse prevedevano alleanze di ferro con lo Stato (il 40 per cento degli investimenti, a Silicon Valley, proviene dal governo), il dominio delle grandi concentrazioni industriali (come in Corea) e gli strani ibridi del capitalismo mercantilista comunista in Cina e del capitalismo guidato dai magnati del Sudest Asiatico. Ci sono stati liberi mercati di tipo piratesco –come negli USA del Diciannovesimo secolo- o estremamente socializzati, come in Svizzera nel Ventesimo secolo.

 

Ma, come aveva previsto Karl Marx, il capitalismo tende ad espandersi: i capitalisti del Diciannovesimo secolo compravano, con lo stesso entusiasmo, politici, collezioni d’arte, paesaggi e università. Il capitalismo contemporaneo si trova a proprio agio con i finanziamenti aziendali, i teschi tempestati di diamanti (un’opera di Damien Hirst ) e gli antichi maestri così come con i programmi software e i viaggi spaziali. I suoi metodi si sono propagati al settore dell’assistenza sanitaria, alla gestione del territorio e agli enti di beneficenza (sebbene il “filantrocapitalismo”, l’idea che i ricchi possano salvare il mondo, potrebbe non sopravvivere alla crisi). Qualsiasi cosa può essere trasformata in merce ed essere venduta e comprata –il sesso, l’arte, la religione- ed il capitalismo non è stato che creatività. Persino il cambiamento climatico si è trasformato in un potenziale affare per il capitalismo, con i contribuenti che sovvenzionano nuove fasi di ricerca e sviluppo e con i governi persuasi a finanziare il mercato del carbonio che offrono agli operatori economici, ai broker e agli investitori un’altra occasione per arricchirsi.

 

Il capitalismo ha un rapporto complicato con la politica: a volte essa lo ostacola e lo domina, a volte è il capitalismo che cerca di sottometterla. In Gran Bretagna, sia il partito Conservatore che i Liberal dipendono sostanzialmente da donazioni che provengono dagli hedge fund. Il Partito Laburista è stato salvato dai finanzieri della City ed ha chiesto ad una serie di banchieri di mettersi a capo di commissioni che si occupano di problemi lontanissimi dalle loro competenze, quali l’assistenza sanitaria e la riforma dello stato sociale. Boris Johnson ha affidato la supervisione della Employment and Skills Board di Londra ad un uomo che in passato aveva gestito un hedge fund. Lo stesso modello lo si ritrova negli USA, dove entrambi i partiti hanno coinvolgimenti con Wall Street – una delle ragioni per le quali è stato loro difficile reagire ad una crisi che ha messo in discussione i loro assunti (in parte, le prime iniziative di Obama hanno qualcosa che appare meno sicuro e meno radicale di quelle di Roosevelt, perché laddove Roosevelt aveva come consiglieri degli outsider, Obama ha scelto degli insider come Larry Summers o Tim Geithner).

Il carattere creativo e la tendenza ad espandersi del capitalismo ha incoraggiato sia l’uomo di Davos che i suoi critici radicali a presumere che il grande capitalismo sarebbe inevitabilmente diventato ancora più grande: ancora più intrecciato alla politica e alla cultura. In un’epoca in cui i bambini di sette anni venivano reclutati per vendere su commissione le bambole Barbie alle loro amiche, una tale prospettiva sembrava plausibile. Sfruttando qualunque cosa, dalle sostanze che modificano la mente ai giochi per computer e agli sport estremi, il capitalismo sembrava spingersi in profondità nei desideri umani come soltanto le religioni avevano fatto in passato.

 

Torna la curiosità

 

Tuttavia, soltanto pochi decenni fa, c’era una grande curiosità per ciò che avrebbe potuto sostituire il capitalismo. Le ipotesi spaziavano dal comunismo al managerialismo, dalla speranza di un’età dorata fatta di tempo libero, ai sogni di un ritorno ai valori della comunità e dell’armonia ecologica. Oggi, quelle utopie si possono ritrovare nei movimenti che ruotano attorno al World Social Forum, ai margini delle principali religioni, tra le sottoculture che circondano la rete e, in forma attenuata, nelle migliaia di civic ventures sparse per il mondo. Esse sono costrette a trovare nuovi seguaci. Tuttavia, la loro debolezza e quella di gran parte della letteratura anticapitalista contemporanea (David Korten, Wendell Berry, Alain Lipietz o Michael Albert), risiede nel non saper indicare con precisione in che modo le loro visioni potrebbero essere realizzate e come riuscire a superare interessi saldamente radicati.

 

La forza intellettuale del marxismo, per converso, derivava dall’affermazione che il capitalismo non era quel sistema onnipotente descritto oggi da autori come Michael Hardt e Antonio Negri, ma era piuttosto un sistema destinato ad autodistruggersi. Nella visione marxista lo sviluppo tecnologico è la forza trainante del cambiamento, che diventa rivoluzionario attraverso le contraddizioni tra le forze e i rapporti di produzione.

 

Dall’Ottocento a oggi

 

Nel Diciannovesimo secolo, si riteneva che il meccanismo sarebbe stato quello dell’impoverimento del proletariato; nella versione riproposta nel Ventesimo secolo, sarebbe stata la responsabilizzazione (ovvero la proletarizzazione) dei knowledge workers, i “lavoratori della conoscenza”. In un modo o nell’altro, il capitalismo stesso avrebbe generato coloro che erano destinati a seppellirlo.

 

Il fatto che ciò non sia accaduto, e che anzi il capitalismo diffonda ricchezza su vasta scala, ha relegato il marxismo ai margini, ai partiti di protesta come il Nuveau Parti Anticapitaliste francese, o alle tesi accademiche pacificate di un marxismo che viene assorbito dalle astrazioni della teoria letteraria.

Ma un capitalismo inquieto ha continuato a mettere frecce all’arco di chi è convinto che esso sia destinato all’autodistruzione. Una generazione fa, il sociologo americano Daniel Bell scrisse delle “contraddizioni culturali del capitalismo”, sostenendo che esso avrebbe eroso le regole tradizionali sulle quali si fonda: la disponibilità a lavorare duramente, il desiderio di trasmettere un’eredità ai figli, la capacità di evitare un eccessivo edonismo. In questo senso, il Giappone degli anni Novanta ci fornisce un buon esempio: quello dei suoi svogliati adolescenti che rifiutano l’etica del lavoro dei loro genitori che ha fatto da motore al miracolo economico.

 

Argomentazioni analoghe hanno individuato nella democrazia un tallone di Achille. Il materialismo capitalista ha indebolito gli incentivi ad avere figli, a sacrificare redditi e piaceri in cambio delle fatiche della vita familiare. (E la meritocrazia ha ulteriormente incoraggiato i genitori a concentrare le proprie ambizioni su uno o due figli soltanto). Da ciò deriva il tasso di natalità così drasticamente ridotto che caratterizza le popolazioni europee e quella bianca americana. Ad un certo punto lo squilibrio demografico che ne risulta minaccia di scardinare il contratto generazionale dal quale dipende ogni società, con una popolazione di anziani sempre più numerosa che esige sempre di più da una popolazione di giovani lavoratori sempre più esigua. Il crollo del tasso di risparmio – nel 2007,negli Stati Uniti, attorno allo zero, quando, per far fronte all’invecchiamento della popolazione, dovrebbe avvicinarsi il più possibile al 30 per cento- è il sintomo di un capitalismo che ha perso la capacità di proteggere il proprio futuro. (Per ironia, malgrado il suo elevato tasso di risparmio, la Cina corre rischi ancora maggiori, poiché la politica del figlio unico ha accelerato l’invecchiamento del Paese più rapidamente di quanto sia mai accaduto in precedenza nel corso della storia umana).

 

Altri critici hanno sottolineato la vulnerabilità del capitalismo nei confronti del successo. Una produttività eccezionale del settore manufatturiero riduce la quota di PIL, facendo sì che le economie dipendano di più dai servizi, che sono più intrinsecamente difficili da sviluppare. Una pari vulnerabilità è riscontrabile nei consumi. Avendo soddisfatto con successo i bisogni materiali della gente, il capitalismo si sente minacciato se la gente perde interesse nel lavoro e nel guadagno e pensa invece alle dottrine new-age, a prendere un anno sabbatico e a fare week-end di tre giorni. L’unica risposta del capitalismo è investire ancora di più nella creazione di nuovi bisogni alimentati dall’ansia circa la condizione sociale, la bellezza o la massa corporea, un risultato perverso che può rendere le società capitaliste sviluppate ancora più disturbate, dal punto di vista psicologico, delle loro corrispondenti più povere.

 

Tutte queste critiche hanno colpito alcuni dei loro bersagli, sebbene nessuna spieghi in che modo le contraddizioni del capitalismo possano essere risolte. Né esse dicono molto circa le tumultuose dinamiche del capitale. Per intuire in che modo l’attuale crisi può essere collegata a queste tendenze a lungo termine non dobbiamo guardare a Marx, a Keynes o ad Hayek, ma all’opera di Carlota Perez, un’economista venezuelana i cui scritti stanno suscitando un interesse sempre maggiore.

La Perez è una studiosa dei modelli a lungo termine del cambiamento tecnologico. Nella visione della Perez, i cicli economici iniziano con l’emergere di nuove tecnologie e nuove infrastrutture che promettono una grande ricchezza; esse a loro volta alimentano l spinta verso gli investimenti speculativi, con uno spettacolare incremento del valore azionario e di altri beni. Durante tali fasi, la finanza è in ascesa e le politiche liberistiche diventano la regola. Le fasi di espansione sono seguite da crolli spettacolari, come avvenne nel 1797,nel 1847, nel 1893, nel 1929 e nel 2008. Dopo il crollo, e dopo un periodo di scompiglio, si realizzano infine le potenzialità delle nuove tecnologie e delle nuove infrastrutture, ma soltanto una volta entrate in funzione nuove istituzioni più in linea con le caratteristiche della nuova economia. Quando ciò si è realizzato, le economie attraversano fasi di crescita e di progresso sociale, come è successo durante la belle époque o con il miracolo postbellico.

Prima della Grande Depressione, erano già presenti tutti gli elementi di una nuova economia e di una nuova società – ed essi incoraggiarono le bolle speculative degli anni Venti. Ma quegli elementi né furono compresi da coloro che erano al potere, né erano radicati nelle istituzioni. Allora, durante gli anni Trenta, l’economia si trasformò –secondo le parole della Perez- da un’economia basata “sull’acciaio, sugli impianti elettrici, sulle grandi opere di ingegneria e sulla chimica pesante…in un sistema di produzione di massa rivolto ai consumatori e ai solidi mercati della difesa. Era necessario procedere ad una gestione integrale della domanda e ad innovazioni relative alla redistribuzione del reddito, la più importante delle quali era forse il ruolo direttamente economico dello Stato. La conseguenza fu l’avvento del consumismo di massa e un’economia sostenuta da nuove infrastrutture per l’energia elettrica, per le strade e per le telecomunicazioni. Durante gli anni Trenta non era chiaro quali innovazioni istituzionali avrebbero avuto maggiore successo (il fascismo, il comunismo e il corporativismo erano tutti candidati), ma dopo la Seconda guerra mondiale emerse un nuovo modello di capitalismo regolamentato dallo Stato, caratterizzato da sobborghi e autostrade, Stato sociale e gestione macroeconomica, che sostenne la crescita del dopoguerra.

 

La crisi del 1929

 

Vista sotto questa luce, la Grande Depressione fu allo stesso tempo una sventura e un acceleratore della riforma. Essa contribuì ad introdurre nuove politiche economiche e di welfare in Paesi come la Nuova Zelanda e la Svezia che, successivamente, sarebbero diventati la corrente principale nel mondo sviluppato. Negli USA, essa condusse alla riforma delle attività bancarie, al New Deal e al G.I. Bill of Rights (Servicemen’s Readjustement Act). In Gran Bretagna, la Depressione, come la guerra, portò alla creazione del welfare state e del servizio sanitario nazionale.

 

Una implicazione dell’opera della Perez, e di quella di Joseph Schumpeter prima di lei, è che parte di ciò che era vecchio doveva essere eliminato per permettere al nuovo di trovare la propria forma più riuscita. Sotto questa luce, sostenere industrie infruttuose, rappresenta una linea politica rischiosa. Perez sostiene che potremmo trovarci alle soglie di un altro grande periodo di innovazione e sperimentazione istituzionale che porterà a nuovi compromessi tra le richieste del capitale e quelle della società e della natura. In retrospettiva, questi periodici riallineamenti sono parti integranti del capitalismo quanto lo sono le crisi finanziarie: in effetti, è soltanto attraverso le crisi e le riforme istituzionali che il capitalismo si adatta all’ambiente in trasformazione e riscopre la bussola morale che è così essenziale perché i mercati possano funzionare bene. Il riallineamento della fine del Diciannovesimo secolo giunse in risposta ai timori di un esito rivoluzionario e ha portato alle pensioni statali, alla scolarizzazione generalizzata, ai sindacati e al suffragio universale, mettendo fine agli ideali del liberalismo ottocentesco. Un secondo riallineamento si verificò 50 anni più tardi, in conseguenza della depressione economica e della guerra e, in tutti i Paesi ricchi, trasformò nella regola le varianti della democrazia sociale e cristiana, facendo lievitare la quota statale di PIL e introducendo mani visibili a guidare quella invisibile del mercato.

 

Se siamo alle soglie di un altro grande riallineamento, esso sarà modellato dalla triplice pressione dell’ecologia, della globalizzazione e delle statistiche demografiche. Una previsione dettagliata del modo in cui ciò potrà avvenire sarebbe inutile e, come sempre, esistono tante possibilità favorevoli quante sono quelle sfavorevoli, da una ripresa del militarismo e dell’autarchia alla condanna delle minoranze fino ad un accelerato collasso ecologico. Ma le nuove tecnologie –le reti ad alta velocità, i nuovi sistemi energetici, le industrie a bassa emissione di carbonio, il sofware open-source e la medicina genetica- hanno un tema comune: ciascuna, potenzialmente ripropone un capitalismo più nettamente somigliante ad un servitore che ad un padrone, sia nel mondo del denaro, nel lavoro, nella vita di ogni giorno o nello Stato.

 

Il capitale stesso è un buon punto di partenza. Una delle stranezze dell’economia contemporanea è che il sistema di distribuzione del capitale si è distaccato dall’economia reale. La maggior parte dei finanziamenti destinati alle nuove conoscenze scientifiche provengono dai governi, non dal mercato, e gran parte delle sovvenzioni alle grandi aziende che producono beni, tecnologie e servizi, sono prodotti internamente, anziché provenire dal mercato azionario. Nel frattempo, gran parte del lavoro del mercato finanziario ha implicato da parte del capitale finanziario una presa di posizione contro se stesso, mettendosi al riparo dai rischi e speculando con strumenti ancor meno trasparenti.

 

Anche prima della crisi si erano già manifestate molte controtendenze, tutte volte a riaffermare il ruolo di servitore dell’economia reale del capitale e a spingere nella direzione di una maggiore trasparenza. Quelle controtendenze avevano giustificazioni sia di natura pratica (più aumenta il grado di separazione tra prezzi dei beni finanziari e il valore sottostante più cresce il rischio di mercato) che di natura morale (più gradi di separazione ci sono, più è difficile per i mercati agire con responsabilità morale). Tra le numerose iniziative che vanno in questa direzione vi sono i tentativi ancora sperimentali di rendere gli investimenti dei fondi pensioni più responsabili degli effetti sociali e ambientali (ad esempio, attraverso i grandi fondi d’investimento americani come CaIPERS o Calvert); la tesi secondo cui le borse dovrebbero vigilare sulla trasparenza e sull’integrità dei loro investitori; i piani per bandire i paradisi fiscali offshore; la lenta ma costante affermazione di un’industria degli investimenti sociali (che oggi, negli Stati Uniti, rappresenta un decimo dei patrimoni investiti); e la crescita di un autentico capitale di rischio che affronti i rischi di nuove idee e nuove tecnologie (purtroppo, gran parte dell’industria britannica non risponde a tale definizione).                   continua

06/08/2009

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